Fabio Carnaghi, Primitive Paradise, Solo Show at Ribot Gallery, Milano, 2018

 

Primitive Paradise, mostra personale di Devis Venturelli, apre all’immaginario di un mondo primario, pre-letterale quale luogo dell’istintività, della libertà da ogni schema razionale, dove l’architettura trasmuta in archeologia in vicendevoli dialoghi e relazioni.

Il vagheggiamento edenico è la sintesi di un dualismo arcano tra artificialità della natura preordinata e spontaneità, nell’adiacenza tra ragione e istinto. In questi termini, la pareidolìa entra in gioco quale cortocircuito della razionalità, lapsus della mente, divagazione immaginifica. Riconoscere profili di volti, animali, oggetti nelle nuvole, nelle costellazioni o ricondurre stati d’animo a emoticon, rappresenta un’attitudine costante nel vedere connessioni che sfuggono alla sorveglianza razionale.

Questo retroterra subcosciente suggerisce immagini spontanee, dettate dal movimento. La forma mentis cinematica dell’artista assimila il linguaggio filmico a quello scultoreo, costituiti della stessa materia tissurale. In altre parole, la poietica di Devis Venturelli conferisce al sembiante lo statuto di verità temporanea, che risiede nell’avvaloramento della superficie, vero e proprio tessuto mnemonico, tellurico, cardiaco che registra il movimento, il sussulto, l’e-mozione. La superficie è pelle, membrana, patina, tessuto, abito, schermo, proiezione a ribadire la procedura sartoriale che Venturelli adotta per la scultura quanto per il video, in un univoco linguaggio espanso.

Nel richiamo alla caverna, vero e proprio topos filosofico, sculture mimano istoriazioni parietali monocrome, dalla profonda astrazione formale, così come l’installazione di strutture, che citano l’elemento architettonico dell’arco, allude alla luce rifratta dell’arcobaleno, a ribadire l’istinto per il sembiante, derivato dalla dicotomia tra anatomia esteriore e fenomeno interiore. Il processo di costruzione delle sculture, in cui tessuti in elastam cristallizzano anime di oggetti giustapposti, equivale ad una decostruzione iconografica di cui la superficie è materia che innesca la relazione percettiva. La superficie tensiva e cromatica è dunque un territorio di crossover in cui avviene il transfert tra interno oggettuale ed esterno visuale, tra contenuto e forma, tra concretezza e astrazione, tra fisico e metafisico.

Il mezzo filmico, scandaglio insinuante tra superfici fluttuanti e misteriose, svela il tessuto urbano, un collage-city in forma di video, alla luce di una visione artificiale, laddove i pattern vengono potenziati creando l’illusione pareidolica di un sogno

 

Primitive Paradise, the solo show by Devis Venturelli, opens the door to an imaginative primary, pre-literal world and is the location of instincts and of freedom from all rational schemes; it is where architecture is transformed into archaeology and into mutual dialogues and relationships.

This Eden-like wandering is the summary of an arcane dualism between the artificiality of a preordained nature and a spontaneous one, of the closeness of reason and instinct. In these terms, visual illusion comes into play as a short-circuiting of rationality, the lapsus of the mind, a fantastic detour. To recognise the outlines of faces, animals, and objects in clouds or constellations, or to connect states of mind to emoticons, is a constant inclination that leads us to see connections that elude rational surveillance.

This subconscious background suggests spontaneous images dictated by movement. The artist’s cinematic forma mentis assimilates film language into that of sculpture, which is made up of the same tissue. In other words, the poetics of Devis Venturelli gives appearance the status of a temporary truth, one that resides in the corroboration of the surface, a genuine mnemonic, terrestrial, cardiac tissue that records movement, shocks, and e-motion. The surface is a skin, membrane, patina, fabric, clothing, screen and projection that underlines the sartorial procedure that Venturelli uses for both his sculpture and his video, in a single, extended language.

In their recalling of Plato’s cavern, a genuine philosophical topos, these sculptures mimic monochrome, historiated walls with a deep formal abstraction, just as the installation of structures, one that quotes the architectural element of an arch, alludes to the refracted light of a rainbow, and underlines the instinct for appearance, deviated by the dichotomy between exterior anatomy and interior phenomenon. The construction process of the sculptures, in which the spandex fabrics crystallise the spirit of the juxtaposed objects, is the equivalent of an iconographic deconstruction of which the surface is the material that sparks off the perceptive relationship. The tensile and chromatic surface, then, is a crossover territory where there comes about the transference between the objective interior and the visual exterior, between content and form, concreteness and abstraction, the physical and the metaphysical.

The film medium, that insinuatingly fathoms the flowing and mysterious surfaces, reveals the urban texture, a collage-city in the form of a video, in the light of an artificial vision, where patterns are potentiated to create the visual illusion of a dream.